La Valle dell’Idro in bici

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Da sapere

Il trekking si effettua in autonomia. Il paesaggio è l'ideale per gli appassionati di fotografia che amano scattare foto suggestive. Ricordati di taggare Esperienzelocal su Facebook e Insatgram! Condivideremo al tua esperienza sui nostri canali!

Descrizione

L’itinerario ciclo escursionistico che parte da Otranto risalendo la Valle dell’Idro, è molto vario. Difatti, si passa dal mare all'entroterra, in una distesa di ulivi. Con le spalle alla baia, bastano solo pochi metri per lasciare il centro urbanizzato e ritrovarsi in campagna. E' sufficiente imboccare la strada comunale dell’Idro. Si tratta di una via tutta asfaltata che sembra una naturale pista ciclabile. La strada, infatti, ha una careggiata molto stretta e per questo bisogna fare attenzione al passaggio di auto.

Si pedala nella Valle dell’Idro (km 0,4. Essa prende il nome dal corso d’acqua alimentato da sorgenti sul lato nord della valle. Ossia, le sorgenti di Carlo Magno, che sono un po’ più su. È solo un ruscello, ma quanto basta per gli orti di una valle che alimentano la comunità di Otranto. Acqua che in passato è persino servita per costruire un vero e proprio piccolo acquedotto per soddisfare le esigenze militari delle basi del porto. Esso fu costruito dagli inglesi insieme alla popolazione locale. Si sale ma il dislivello è abbastanza lieve.

Pian piano che si va avanti sono gli ulivi a prendere il sopravvento. E poi, lasciano poi il posto a piccoli campi coltivati quando si arriva in prossimità di Casamassella (km 5,8). Essa è una piccola frazione di Minervino di Lecce. Ed accoglie con la sua singolare e placida piazza su cui si affaccia l’imponente Castello, oggi struttura ricettiva e location per cerimonie.

Si esce dal paese, dopo circa un chilometro si attraversa la provinciale 56, dopo averla percorsa per duecento metri. Ci si ritrova fra gli ulivi della Valle dell'Idro. AL cospetto di uno dei monumenti più belli della civiltà megalitica del Salento. Il Dolmen Li Scusi, nella Valle dell'idro (km 9,2). Esso racconta di storie millenarie e di riti ancestrali. A fine Ottocento proprio la “scoperta” di questo monumento megalitico (censito nel 1867) diede il via alla ricerca di queste originali testimonianze delle civiltà del passato. Che proprio qui, nell’entroterra di Otranto, abbondano, al punto che questo è considerato il più grande giardino megalitico d’Italia.

Si va avanti su strade secondarie fino a quando non si tocca l’abitato di Minervino di Lecce e il suo centro storico (km 11,1). Siamo accolti da una bella piazza a forma rettangolare su cui si affaccia la Chiesa madre di San Michele Arcangelo. Tuttavia, essa orienta da tutt’altra parte la facciata con il suo prezioso rosone barocco. Dettaglia che richiamo quello della Basilica di Santa Croce di Lecce.

Si esce dal paese dalla strada per Giuggianello, percorrendola per poche centinaia di metri dopo il rondò. Dopodiché, si svolta a destra per prendere una strada secondaria delimitata da muretti a secco, che caratterizzano la Valle dell'Idro. Dopo aver svoltato a destra si inizia a pedalare tra gli uliveti.

Altri due chilometri e una brevissima deviazione sulla destra fa aprire le porte a uno dei luoghi magici più enigmatici del Salento. I Massi della Vecchia (km 16,5), originali rocce di grandi dimensioni e strane forme. Esse, difatti, hanno alimentato le più fantasiose leggende. Secondo le quali, questo luogo era regno di una strega, la Vecchia. Una strega, quindi, che premiava chi dava la giusta risposta alle sue domande con una gallina con sette pulcini d’oro. E, al contrario, puniva chi sbagliava trasformandolo in roccia.

Così nel raggio di poche decine di metri, uno dopo l’altro si affiancano Lu Lettu te la Vecchia (il letto della vecchia). Lu Furticiddhu te la Vecchia (il volano del fuso della vecchia). Il Piede d’Ercole, tutte grandi formazioni calcarenitiche di epoca miocenica, che le piogge e il vento hanno bizzarramente modellato nel corso del tempo.

Si torna indietro per un brevissimo tratto e si prosegue a pedalare nella campagna della Valle dell'Idro per circa tre chilometri. Si giunge così nel centro storico Palmariggi (km 20,3). È il castello, o meglio ciò che resta, ad accogliere il cicloturista nell’ampia piazza. Quel possente torrione è solo una testimonianza del grande maniero che qui fecero erigere gli Aragonesi. Esso affianca oggi lo storico Palazzo Vernazza, oggi sede del piccolo Comune (la comunità ha meno di 1.500 abitanti).

Altri tre chilometri su strade secondarie e si aprono le porte di un altro piccolo centro, Bagnolo del Salento (km 24) con il suo centro storico in cui domina la pietra leccese. Nella grande piazza dominata dalla Chiesa di San Giorgio e dall’imponente Palazzo Papaleo, c’è anche spazio per una piccola fontana dell’Acquedotto Pugliese, preziosa per fare rifornimento di acqua e proseguire il viaggio.

Si esce da Bagnolo imboccando una strada rurale che in un paio di chilometri apre le porte di Cannole (km 27,1), un altro piccolo centro con i suoi 1.700 abitanti. Questa è la patria delle municeddhe, ovvero delle lumache che qui si “coltivano” e si cucinano con grande gusto. Dal 1985 una grande festa popolare celebra l’“escargot del Salento” per quattro giorni alla vigilia di Ferragosto. In piazza spicca il Castello Granafei con il suo austero portale bugnato, costruito dagli Orsini del Balzo nel 1413 ma ampiamente rimaneggiato nel Settecento.

In piazza, proprio all’altezza della fontanina che dispensa l’acqua dell’Acquedotto Pugliese, si svolta a sinistra in via Madonna seguendo le indicazioni turistiche per Torcito.

Poche pedalate in periferia e già si entra nel Parco Torcito, dove la strada torna sterrata. Il corpo centrale di Masseria Torcito (km 28,6) è annunciato dall’inizio di una strada carraia scavata nella roccia, dove sono evidenti i profondi solchi che nel corso dei secoli hanno tracciato le ruote dei carri. Questo era infatti uno snodo cruciale dei cammini del Salento, con la via Traiano Calabra che conduceva fino a Otranto.

Ma qui i traffici e le frequentazioni umane erano assai più antiche come testimoniano quelle fosse ovali accanto alla stessa strada, segno inequivocabile della presenza di una necropoli. La masseria risale al dodicesimo secolo ed è un complesso molto esteso che comprende due cappelle, una cripta, un frantoio ipogeo, una torre colombaia, tracce di insediamenti basiliani, neviere e granai.

Ristrutturato nel 2002 dalla Provincia di Lecce per farne un centro di attrazione turistica, il luogo ha dovuto fare i conti con la stoltezza di chi guarda a questi luoghi come terra di nessuno piuttosto che come prezioso bene comune.

Si fa fatica a pedalare sulla roccia viva e sui profondi solchi per superare il perimetro su cui sorge la masseria. Subito dopo si entra nella grande pineta della tenuta per attraversarla e sbucare sulla provinciale Martano-Otranto che si deve attraversare facendo molta attenzione.

Si prosegue per una paio di chilometri su una stradina asfaltata tagliando la campagna fra giovani ulivi e campi ordinati, fin quando, a sorpresa nell’aperta campagna si profila la Chiesa di Santa Marina di Stigliano (km 32,2), dedicata al culto della santa che per la sua bellezza è considerata la protettrice del “bel colorito” (a lei rivolgono i malati di ittero). Ed è naturalmente una bizantina santa Marina a risaltare nella nicchia dell’altare maggiore.

Ma se la chiesa colpisce per il suo isolamento, basta volgere lo sguardo sulla sinistra per scorgere i resti dell’antico casale, praticamente inglobati nella vegetazione selvaggia: qui c’era un villaggio che fu abbandonato, forse perché devastato dai pirati venuti dal mare. E fra le rovine c’è anche una cripta, difficile da individuare.

Lasciato spazio alle suggestioni della storia, si prosegue alle spalle della chiesa entrando in una bella ed estesa pineta, lungo una strada sterrata che l’attraversa tutta e prosegue per oltre due chilometri, fin quando non si torna su una stradina asfaltata. Altri due chilometri e si sbuca sulla provinciale 342 che si percorre per quasi due chilometri. È il momento di svoltare a sinistra, seguendo la freccia turistica che indica “lago”, lungo una stradina che diventa subito sterrata.

Il lago dell’indicazione è uno dei due Laghi Alimini, nominati sempre al plurale perché vicinissimi e uniti da un canale, “Lu Strittu”. Il primo, Alimini Grande, è lungo quasi due chilometri e mezzo, mentre il secondo, Alimini Piccolo o Fontanelle, è un po’ meno esteso. Entrambi sono generati dalle vecchie paludi, ma mentre Alimini Grande ha acqua salmastra più vicina a quella del mare, con cui è comunicante, nel lago Fontanelle prevalgono le sorgenti d’acqua dolce.

Si pedala fino ad entrare nella pineta che fa da cornice verde ai laghi fin quando non si sbuca in un punto panoramico (km 40,4) dove una semplice panchina in riva al lago dà un tocco di romanticismo allo scenario naturale.

Si torna indietro e si costeggia la bella pineta che fa da cornice verde ai due laghi, pedalando a pochi metri dal placido specchio d’acqua finché non si ritorna su una strada asfaltata. A questo punto la direzione è quella del mare: si imbocca la litoranea e dopo un chilometro e mezzo la pineta si apre e, proprio all’altezza del canale che collega Alimini Grande al mare, ecco la spiaggia degli Alimini (km 44,8). E qui c’è l’occasione di un salutare bagno, in un’area dove la pineta si affaccia direttamente sulla sabbia che forma imponenti dune.

Per riprendere il cammino, bisogna tornare indietro sulla litoranea e svoltare poi a destra per imboccare una rete di strade secondarie che, attraversando nuovamente la stessa litoranea, in poco più di sette chilometri di strada asfaltata conduce a Otranto. Alla prima rotatoria si svolta verso sinistra per affacciarsi sulla baia di Otranto: ai piedi della Cappella della Madonna dell’Altomare (km 53,6) si scopre da lontano il fascino dell’antico borgo arroccato intorno alla cattedrale e al castello.

Brevissimo tornante per scendere al livello del mare e percorrere tutto il lungomare, svoltando a sinistra per ritornare al punto di partenza e ritrovarsi al cospetto della Porta Alfonsina (km 54,4). Se proprio si ha ancora voglia di andare avanti, qui si apre il borgo antico di Otranto, che con la sua Cattedrale (appena poche centinaia di metri più avanti) racconta l’epopea degli Ottocento martiri.

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