Finibus Terrae, da Otranto a Leuca in bici

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Descrizione

Nel viaggio verso Finibus Terrae, si parte dal Castello Aragonese, il cuore del borgo antico di Otranto. La fortezza, una volta interamente circondata dal mare, era l’avamposto dell’Occidente nel Mediterraneo. Da qui, si salpava all’avventura verso territori inesplorati se non apertamente ostili.

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Oggi questo è un luogo di cultura che domina il porto peschereccio e turistico. Da qui si parte alla scoperta dell’entroterra lungo la rotta che porta a sud, lungo la Via Francigena del Salento. Un itinerario che attraversa tutto il sud della Puglia fino a Santa Maria di Leuca de Finibus terrae. Questa, da Otranto a Leuca, è la terza tappa, ce ne sono altre due: Brindisi-Lecce e Lecce-Otranto.

Si parte dal porto di Otranto, con il suo monumento all’umanità migrante, ci si dirige verso l’interno. Con un piccolo strappo siamo sul Colle della Minerva. Luogo che segna un’altra pagina di storia. Precisamente, quella degli ottocento otrantini che proprio qui vennero trucidati dai turchi. Il massacro è ricordato all’interno della Chiesa Santa Maria dei Martiri (km 0,8) con il grande dipinto del XVI secolo, che campeggia alle spalle dell’altare maggiore.

Dai piedi della scalinata si impegna la ripida strada in salita. Poi il dislivello diventa più dolce e in breve si raggiunge quella che è considerata una delle cartoline più belle della Puglia. Ovvero, il lago nella Cava di bauxite (km 2,3), da diversi decenni abbandonata.

È davvero uno spettacolo unico con le rocce rosse da paesaggio marziano che si tuffano nelle acque placide di un colore verde smeraldo. La luce del sole, con i suoi raggi che esaltano i colori, rende ulteriormente magico il sito. Soprattutto alle prime luci del giorno e al tramonto. Uno spettacolo unico e indimenticabile.

Si esce dall’area della cava seguendo un sentiero sterrato, dal fondo irregolare. Dopo poche decine di metri conduce alla litoranea per Porto Badisco. La si attraversa e si imbocca un single track nella macchia mediterranea. Ed infine, sbuca su una strada sterrata che conduce a una masseria, custode di uno dei gioielli dimenticati della storia del Salento. I resti della Abbazia di Casole (km 4,1):

Un tempo, cuore del dialogo tra Oriente e Occidente. Come lo era anche Finibus Terrae. A guardarlo non si direbbe proprio che qui ci sia stato uno dei cenobi più importanti del Mediterraneo. Una delle biblioteche più ricche dell’Occidente, considerata dagli storici “la prima università d’Europa”. Attiva fin dal 1100, fu definitivamente distrutta dai Turchi nel corso dell’assalto di Otranto del 1480. Oggi per aggirarsi fra le rovine, fra le quali spicca l’abside miracolosamente quasi intatto, bisogna chiedere permesso (si tratta di una proprietà privata e accanto c’è una casa rurale) e lasciar lavorare la fantasia.

Pedaliamo ora sullo sterrato sfiorando un insediamento militare dell’Aeronautica militare sulla sinistra. Proprio in corrispondenza del Faro della Palascìa, su Capo d’Otranto. Si tratta del punto più a est d’Italia. Più in là, un piccolo spiazzo nella macchia mediterranea selvaggia è come un balcone sul mondo. Uno straordinario punto panoramico (km 5,6) apre le porte di uno dei paesaggi più incontaminati e primitivi del Salento, sulla spoglia scogliera si staglia Torre Sant’Emiliano.

Con la sua forma cilindrica, la sentinella di pietra troneggia su uno sperone roccioso sorvegliando da secoli i traffici nel silenzio delle onde del mare blu Mediterraneo.

La piccola discesa che segue non lascia respirare. Anzi, bisogna stare molto attenti, e spesso si è persino costretti a scendere dalla sella e proseguire a piedi. Difatti, i solchi scavati dal tempo e le grosse pietre disordinate sul fondo non consentono di pedalare in sicurezza. Ciò nemmeno se si ha la mountain bike. Sono solo poche decine di metri, la bellezza della natura e della storia ha un suo prezzo.

Se non fosse bastato il paesaggio della costa, si viene ripagati subito dall’incontro con Masseria Cippano (km 6,1). Eccola sulla sinistra, in evidente stato di abbandono ma non per questo meno affascinante. Questa è una masseria fortificata del XV secolo, dominata da una torre di difesa. Quando si sale su e ci si affaccia allungando lo sguardo verso il mare, si può capire perché il regista Ferzan Ozpetek abbia deciso di girare qui nel 2010 alcune tra le scene più suggestive del suo film “Mine vaganti”.

Torniamo in sella sullo sterrato, respirando quell’aria magica di una campagna senza tempo. Giovani uliveti sulla destra della strada annunciano una terra meno selvaggia e dopo un po’ si torna alla strada asfaltata. Le prime case annunciano la presenza di un centro abitato. Infatti, poco dopo si entra a Uggiano La Chiesa (km 9,6). Si arriva nella piazza su cui si affaccia la Chiesa Madre dedicata a Santa Maria Maddalena e si prosegue per uscire dal paese attraverso via Santi Medici.

Ci ritroviamo ora a pedalare in una campagna ben curata. Si sbuca su un ampio piazzale su cui spicca la chiesetta dei Santi Medici (km 12). Si segue la traccia e quando si è in aperta campagna una breve deviazione consente di raggiungere il menhir San Giovanni Malcantone (km 12,6). Esso sorge davanti a una casa rurale. Infisso nel banco roccioso e alto poco più di quattro metri, abbracciato dall’uliveto che lo circonda.

Si torna indietro e si continua sulla strada bianca per poi entrare a Cocumola (km 15,2).Una deliziosa frazioncina di Minervino di Lecce. In piazza ci sono da vedere gli antichi granai scavati nella roccia, custodi del benessere della comunità. Prima di uscire dal paese c’è da vedere il menhir della Croce (km 15,7).

Successivamente, si torna allo sterrato tagliando una bella campagna, fino a giungere a un altro paesino, Vitigliano (km 19). Frazione di Santa Cesarea Terme e, dopo un altro tratto, Vignacastrisi (km 22,7), frazione di Ortelle. Si continua costeggiando Diso, per poi entrare a Marittima (km 25), accolti da un delizioso centro storico.

Da Marittima, lasciando la traccia delle frecce gialle, si va in direzione mare. E' sufficiente pedalare per un solo chilometro ed ecco Torre Capo Lupo (km 27), con la sua sagoma cilindrica. Essa è considerata una delle torri costiere più antiche del Salento (risale alla fine del XV secolo). Siamo in uno dei punti panoramici più belli della costa (siamo a 105 metri d’altitudine), dove lo sguardo spazia fino al di là del mare.

Si torna indietro e si ritrova la traccia, dopo aver sfiorato Andrano. Si pedala attraversando la provinciale verso il mare. E qui si incontra una chiesa dalle forme contemporanee, quasi fosse il profilo di una nave, in un altro bel punto panoramico. Non è la chiesa, bensì quello che c’è sotto il tesoro di questo luogo. Difatti, a distanza di pochi metri sulla stradina che scende a sinistra, ecco la Cripta Madonna dell’Attarico (km 31,4). Nascosta in una piccola grotta naturale, con affreschi basiliani oramai scoloriti dal tempo.

Dopo un altro tratto di asfalto, la via si trasforma in un sentiero che man mano si fa più selvaggio, costringendo anche in alcuni tratti a scendere dalla sella per superare i brevi tratti più impegnativi. Ma è uno sforzo che viene ampiamente ripagato dallo spettacolo del panorama. Siamo, infatti, sulla Serra del Mito (km 33,2). Questo single track è come una strada in bilico tra terra selvaggia, mare blu e cielo infinito.

Prestando molta attenzione al fondo e alle rocce, si pedala sul sentiero tracciato dal Parco Otranto-Santa Maria di Leuca, protetto da una staccionata. Sulla sinistra, verso il mare, si staglia Torre del Sasso (km 33,3). Questa volta la fortezza è a base quadrata, ma ugualmente in stato di abbandono con il suo profilo eroso dalla inesorabile legge del tempo.

Dopo un po’ il tratturo lascia spazio a una stradina asfaltata in un paesaggio agrario evidentemente più curato. Dalla macchia mediterranea si passa al dominio degli ulivi. Si continua a pedalare sull’alto della serra, fino a sfiorare Tricase Porto.

Qui la traccia devia verso l’interno e il territorio diventa più urbanizzato. Ma la storia riappare dopo circa due chilometri quando sulla destra si tocca la Chiesa dei Diavoli (km 38,1).Essa, con la sua forma ottagonale, richiama il tempio laico di Castel del Monte.

Si raggiunge quindi il borgo di Tricase (km 39,2) e si entra subito nel centro storico nella deliziosa piazza Giuseppe Pisanelli. Su questa, si affaccia Palazzo Gallone (km 39,2).Un vero e proprio castello con il suo possente torrione, a ricordare il ruolo di fortezza che il centro abitato ha avuto nel passato.

Da qui è vicinissimo Tutino, piccolissima frazione di Tricase, con il suo bellissimo Castello di Caprarica (km 40,5) del Cinquecento. Le sue mura in pietra viva con i cinque torrioni a segnarne il contorno proteggono una residenza semiabbandonata. Esso è stato utilizzato fino agli anni Sessanta del secolo scorso come magazzino per la lavorazione dei tabacchi che in questa zona si coltivavano diffusamente. Vale la pena girare intorno al castello per vedere il fossato originario.

Mancano pochi chilometri verso Finibus Terrae, proseguendo fino a Tiggiano (km 42,5). Un centro di poco meno di tremila abitanti. E qui, nel cuore del centro storico, in piazza Castello, c’è una verde sorpresa.

Si varca la soglia del portone del Palazzo Baronale Serafini-Sauli (km 43) per accedere a un bel frutteto, superarlo e fare ingresso in vero e proprio bosco. Esso è grande più di due ettari. Si presenta come uno scrigno prezioso di essenze di macchia mediterranea con pini, querce e lecci a dominare il paesaggio mentre si alza il profumo di timo, alloro e rosmarino.

Tiggiano vanta anche una singolare coltura, quella della pastanaca. Ovvero, della carota viola, legata alla devozione per Sant’Ippazio, patrono del paese. A lui è dedicata la bella chiesa dalla facciata rosa che si raggiunge con una brevissima deviazione prima di arrivare davanti al Palazzo Baronale.

Si prosegue fino a Corsano (km 44,5), che si attraversa agilmente, e si pedala fino a Gagliano del Capo (km 50,9). Centro del Capo di Leuca che conta circa cinquemila abitanti. Si entra superando l’imbocco del Canalone del Ciolo. Una caratteristica gola che taglia la serra conducendo fino al mare.

Nel borgo antico si entra attraverso l’arioso corso Umberto I. Una sorta di grande piazza attorno a cui ruota la vita del paese. Si esce su una stradina, asfaltata, che taglia un’area di piccoli appezzamenti, per lo più uliveti, delimitati da muretti a secco.

Da qui, manca davvero poco prima di arrivare a Finibus Terrae, in un susseguirsi di terrazzamenti costruiti faticosamente dall’uomo, pietra su pietra, per creare la mantagnata. Ovvero luoghi riparati dal vento e soleggiati dove gli ortaggi avevano qualche chance di vegetare meglio.

Si continua a pedalare sulla rete di strade secondarie fin quando non si imbocca l’ultimo tratto di discesa. Solo poche decine di metri separano dalla meta finale: Santa Maria di Leuca.

Finibus Terrae è qui, con il piazzale della Basilica di Santa Maria di Leuca (km 57,3) e il Faro che la domina. Essa accoglie i viaggiatori giunti da ogni dove. Basta andare ancora un po’ più in là, dirigersi sulla sinistra. Oltrepassare gli archi che delimitano il piazzale accanto alla chiesa per ritrovarsi affacciati sul mare e provare l’emozione di sentirsi nel cuore del Mediterraneo.

Questa è proprio Finibus Terrae, l’ultimo avamposto dell’Occidente verso mondi nuovi e lontani. Eppure così familiari a chi da qui intesseva scambi, traffici e commerci. Alle spalle la Basilica racconta la storia di fede e di viaggi.

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